Blockchain nelle banche italiane: la sperimentazione

Sapete da dov’è nato il PIN? Il Pin è nato da James Goodfellow, che nel 1966 cercava un modo sicuro per ritirare denaro anche quando le banche erano chiuse. Da qui, l’idea di creare un codice identificativo personale che potesse dimostrare l’identità di chi stava ritirando il denaro.

Ecco: tutto questo per dire cosa? Che in 14 banche italiane sta partendo la sperimentazione della tecnologia blockchain, lo riferisce l’Associazione bancaria italiana (Abi) volta a coordinare il progetto attraverso Abi Lab.

Come funzionerà la sperimentazione nelle banche

Banca Mediolanum, Monte dei Paschi di Siena e BNL formano il primo gruppo di istituti di credito italiani: la sperimentazione, che oggi permette la creazione e la gestione di un grande database distribuito per condividere informazioni e transazioni in sicurezza, e questo tra più nodi di una rete.

L’obiettivo è “verificare la possibilità di ottenere vantaggi derivanti dalla trasparenza e visibilità delle informazioni, dalla maggiore velocità nell’esecuzione delle operazioni e verificare la possibilità di poter effettuare verifiche e scambi direttamente sull’applicazione, e a spiegarlo è Abi in una nota ufficiale.

Dunque, questo nuovo sistema di database distribuiti – distributed ledger technology (Dlt), così viene chiamato (ndr) – riesce a portare una comunicazione ben più efficiente tra istituti di credito. Non solo: migliora l’operatività e limita i problemi.

I test consisteranno praticamente nell’applicazione della blockchain dentro ai processi interbancari, come anticipato qualche giorno fa da David Schwart di Ripple in una intervista pubblicata da Criptomag. Ossia: il lavoro sarà tutto concentrato sulla spunta interbancaria, volta a verificare la corrispondenza delle operazioni che interessano banche differenti. “Questo processo prevede di avere a disposizione dei canali bilaterali “con i quali le controparti possano scambiarsi reciprocamente delle informazioni nel rispetto della riservatezza”.

Banche, blockchain e Smart Contracts

Proprio con questa tecnologia dei database distribuiti è possibile subito notare quelle che sono le transazioni tra le parti: così si limita anche il tempo necessario per individuare operazioni non corrispondenti tra le due banche, tale da ovviare alla mancanza di un processo standardizzato e un protocollo di comunicazione unico.

Ecco: in questo progetto ci sono gli smart contracts, e cioè i contratti intelligenti. Aiutano a verificare le clausole concordate ed eseguire in automatico le azioni nel caso in cui tutte le condizioni siano rispettate.

Dopo il periodo di test, la sperimentazione sarà allargata anche a un numero superiore di istituti. Successivamente, ecco l’applicazione della tecnologia a nuovi ambiti e processi. Insomma: siamo nel futuro. E 14 banche italiane l’hanno capito prima di tanti.

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